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Istat: la redistribuzione del reddito in Italia

Istat analizza e valuta gli effetti redistributivi del sistema di tasse e benefici nel complesso e l’impatto sui redditi delle famiglie di alcuni interventi entrati in vigore nel 2025.

Nel complesso, il sistema di tassazione diretta e di trasferimenti sociali riduce la diseguaglianza nel reddito delle famiglie, valutata dall’indice di Gini, di 16,1 punti percentuali (da 47,3% a 31,2%). La riduzione è maggiore nel Mezzogiorno (-17,2 punti percentuali) dove si stimano le disuguaglianze più ampie tra i redditi primari.

Nel 2025 la stima della diseguaglianza del reddito primario è pari a 47,28%. Prima dell’intervento pubblico, la diseguaglianza dei redditi si conferma significativamente più alta nel Mezzogiorno (49,73%) rispetto al Centro (45,52%) e al Nord (43,29%). L’effetto redistributivo dei trasferimenti e del prelievo sui redditi delle famiglie è più ampio nel Mezzogiorno (oltre 17 punti percentuali). Dopo l’intervento pubblico, permangono diseguaglianze del reddito disponibile tra le aree geografiche, ma con distanze assolute più contenute rispetto a quelle rilevate per il reddito primario.

L’Irpef e le altre imposte dirette rappresentano complessivamente il 15,4% del reddito lordo delle famiglie (rispettivamente il 12,7% e il 2,7%). L’incidenza dell’Irpef aumenta al crescere del reddito familiare lordo, risultando quasi cinque volte maggiore nell’ultimo quinto con i redditi più alti (17,8%) rispetto al primo (3,6%). Sono moderatamente progressive anche le altre imposte dirette, la cui incidenza sul reddito lordo varia dall’1,9% del primo quinto al 3,4%.

Con la legge di bilancio per il 2025 il legislatore ha modificato la natura del sostegno al reddito dei lavoratori dipendenti sostituendo l’esonero contributivo parziale, nella forma prevista dalla L. 213/2023 (art. 1 c. 15),  con due nuove misure di natura fiscale (L. 207/2024 art.1 cc 4-9). La prima consiste in una somma esente (il bonus fiscale) destinata ai lavoratori dipendenti con reddito complessivo inferiore a 20mila euro il cui importo è pari a una quota del reddito da lavoro dipendente. La seconda, destinata ai lavoratori dipendenti con reddito complessivo compreso tra 20 e 40mila euro, prende la forma di una detrazione fiscale. Entrambi i benefici sono riconosciuti in via automatica dal datore di lavoro. Sempre sul fronte del sostegno ai redditi dei lavoratori dipendenti, nel 2025 non è stato replicato il c.d. bonus Natale, una somma di 100 euro una tantum destinata ai lavoratori con un reddito complessivo inferiore a 28mila euro.

Il passaggio alle nuove misure ha avuto un impatto sui redditi di metà delle famiglie residenti (13,4 milioni, circa il 90% delle famiglie con almeno un reddito da lavoro dipendente). L’incremento del reddito familiare è stato in media
di 95 euro su base annua (+0,2%). Questo effetto è la sintesi di due impatti di natura opposta: per 6,3 milioni di famiglie si stima una variazione positiva del reddito (pari in media a 365 euro su base annua con un incremento del reddito pari allo 0,8% – Tavola 3a), per 7,1 milioni una variazione negativa (-145 euro, -0,3% – Tavola 3b). Sia le famiglie con impatti positivi sia quelle con impatti negativi ricadono prevalentemente nei quinti centrali della distribuzione, nei quali si trova la quota maggiore di famiglie con lavoratori dipendenti. Guadagno e perdita mostrano, in valore assoluto, un profilo distributivo crescente all’aumentare del reddito familiare equivalente. In termini relativi, ovvero di variazione sul reddito familiare, il profilo è invece decrescente.

L’esito positivo o negativo dell’impatto risiede nel diverso reddito di riferimento per l’esonero contributivo (retribuzione imponibile inclusiva dei contributi sociali a carico dei lavoratori) rispetto a quello per le misure fiscali (reddito complessivo lordo al netto dei contributi sociali). Seppure per la maggior parte delle famiglie il miglioramento o il peggioramento del reddito risulti di entità limitata, si possono identificare casi per i quali invece si stima una perdita o un guadagno marcatamente superiore alla media.

Le famiglie che migliorano sensibilmente il proprio reddito sono nuclei in cui vivono lavoratori dipendenti (2,7 milioni di individui distribuiti in 2,6 milioni di famiglie) che risultano avere una retribuzione imponibile superiore alla soglia per godere dell’esonero contributivo in vigore nel 2024 ma che presentano un reddito complessivo a fini fiscali inferiore alla soglia di 40mila euro prevista per l’accesso alle misure fiscali. Pertanto il cambiamento della natura del sostegno al reddito determina per queste famiglie il passaggio da un beneficio nullo a uno positivo, massimizzando così il guadagno (in media 622 euro su base annua).

A questi si aggiunge un ulteriore gruppo (circa 670mila famiglie, con un guadagno medio di 700 euro annui) in cui sono presenti lavoratrici dipendenti a tempo indeterminato con due o più figli e titolari di un reddito inferiore a 40mila euro. Queste ultime con la normativa del 2024 non beneficiavano della decontribuzione parziale, poiché destinatarie dell’esonero totale, mentre con la normativa del 2025 accedono ad una delle due misure fiscali.

Tra le famiglie per le quali si stima una perdita superiore alla media (circa 1,7 milioni), la maggioranza ha componenti che, pur non perdendo il diritto ad una misura di sostegno del reddito, risultano penalizzati dal differente metodo di calcolo del beneficio. Esiste, infine, un gruppo di famiglie (circa 400mila) in cui, invece, è presente almeno un componente che, a fronte del venire meno dell’esonero parziale, non risulta beneficiario di nessuna delle misure fiscali sostitutive.


Fonte: www.istat.it